Studio Yale conferma “Evali, nessun legame con sigarette elettroniche”

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Negli Stati americani dove si registrano maggiori consumi di sigarette elettroniche e di marijuana (legale) non si assiste ad una maggiore casistica di Evali.
E’ questa la conclusione cui è giunta ricerca condotta dalla Yale School of Public Health che ricalca le stesse conclusioni cui era approdato precedente studi pubblicato da Jama Network Open.
Questi dati confermano – semmai ve ne fosse ancora necessità – come non sia stata la sigaretta elettronica, nel suo uso legale, la causa della sindrome polmonare che, nell’estate 2019, aveva destato preoccupazioni ed apprensione nell’opinione pubblica.
Diverse centinaia di persone, si ricorderà, erano finite ricoverate – qualcuna era anche deceduta – a causa di infiammazioni polmonari determinate da agenti chimici.
Sulle prime, tali patologie furono messe in connessione, in modo generico e, in determinati casi, strumentale, all’uso della sigaretta elettronica scatenandosi una campagna mediatica di terrore contro il settore svapo.

LE COMPLICITA’ DI MEDIA ED ISTITUZIONI

Il tutto – cosa davvero grave – con la complicità, se non addirittura, con la regia di massime Istituzioni mondiali.
Poi, però, la verità è venuta a galla chiarendosi come quelle patologie non erano dipese dal consumo di liquidi “ufficiali” acquistati sui mercati legittimi bensì da prodotti reperiti nei circuiti del contrabbando.
Ovvero liquidi “clandestini”, materiale a basso costo reperibile nel sommerso, non sottoposto alla normale filiera del controllo.
Ed ora gli ultimi studi che dimostrano come la sigaretta elettronica non sia la responsabile, in quanto tale, di Evali.
E ciò lo si evidenzia, appunto, dagli studi che evidenziano come, laddove vi sia maggior consumo di e-cig, non si assista ad un plus di Evali: con tutta evidenza, quindi, il problema non vive nei liquidi “legali”.
“Se l’uso di sigarette elettroniche o marijuana di per avesse originato tale focolaio di Evali, le aree con maggior consumi di quelle tipologie dovrebbero mostrare una maggiore prevalenza di essa”.
Così ribadisce Abigail Friedman, autore dello studio di Yale. Che ha concluso
“Questo studio approda ad una conclusione che va nella direzione diametralmente opposta”.