Smoking cessation, le riflessioni di Beatrice

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Il fumo elettronico, con la sua residuale tossicità, rappresenta un problema o una opportunità?
E’ questo uno degli interrogativi che la Liaf – Lega italiana antifumo – ha posto a Fabio Beatrice, Direttore del Centro antifumo di Torino e tra i principali teorici in Italia in termini di minor danno.
Sul punto, lo pneumologo, nel replicare al quesito postogli, è come al solito risoluto.
Lo stesso ha, infatti, chiarito come il fumo elettronico rappresenti “se correttamente applicato, un’opportunità, poiché l’alternativa è che i fumatori continuino a fumare e rimanere cronicamente in balia della loro dipendenza, aggravata dal catrame e dai componenti tossici della sigaretta convenzionale”.
A Beatrice, inoltre, è stata anche chiesta riflessione circa gli esiti sondaggio denominato “Tobacco Harm Reduction: in Pursuit Of Awareness And Training For Health Care Professionals”, approfondimento condotto su sanitari e medici vari, su scala internazionale, al fine di comprendere il complessivo approccio in merito a “smoking cessation” e sigarette elettroniche.
Un sondaggio che ha rivelato come appena il 12 percentuale dei medici interpellati, a fronte di un paziente da avviare ad un percorso di smoking cessation, indirizzasse lo stesso verso lo svapo.

“INSUCCESSO DELLE LINEE GUIDA ISTITUZIONALI”

Innanzitutto – così Beatrice a Liaf Magazine – vi è un deficit di informazione e un’informazione confusa, perché si sentono suonare diverse campane: le campane istituzionali suonano infatti in maniera contraria.
Se andiamo a valutare ciò che succede sul campo, però, gli addetti ai lavori hanno un problema, ovvero la stragrande maggioranza di insuccessi di trattamento al fine di cessazione”.

“Il problema – prosegue il medico nel rispondere ai quesiti postigli da Chiara Nobis della Liafnasce proprio dall’insuccesso delle linee guida istituzionali: i fumatori che si rivolgono ai centri antifumo sono pochissimi, parliamo di 10.000 fumatori l’anno su un totale di 12 milioni di fumatori. Di questi, il 55-60%, anche aiutati, anche con i farmaci, nell’ottemperanza delle linee guida, non riesce a smettere”.
“Tutte quelle indicazioni – prosegue Beatrice – funzionano sul piano teorico, ma non su quello pratico.
Tutti i lavori che mettono al centro della questione la tossicità, non comprendono che non stiamo parlando di un farmaco, ma di un prodotto a supporto di coloro che non riescono a smettere.
Se un prodotto mi riduce il rischio del 50%, è già un successo. Le e-cig lo riducono addirittura del 90% quasi. E dunque dove sta il problema? Nel continuare una dipendenza?
– si domanda il professionista. Che conclude – Ma tanto continuerebbe comunque perché finché gli Stati produrranno sigarette avremo comunque una dipendenza sdoganata a livello sociale”.