Modello Australia, quando il proibizionismo non paga

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Il proibizionismo non paga.
Ed il caso Australia è, in tal senso, estremamente eloquente.
La terra dei canguri, infatti, ha adottato una misura alquanto netta e drastica nel tentativo di abbattere la percentuale dei fumatori.
Dal 2013, anno di inizio della “stretta”, sono state innalzate sensibilmente le tasse sulle sigarette con relativo, conseguente innalzamento del costo del pacchetto in capo al consumatore finale.
Sono stati semplificati i pacchetti, eliminando richiami alle case produttrici e quant’altro, si è accelerato per quel che riguarda le campagne di sensibilizzazione.
Ed, ancora, sempre nel contesto di questa attività anti-fumo – che, sia chiaro, è assolutamente condivisibile (ci mancherebbe!) nel principio – si sono anche previsti ulteriori accorgimenti come il divieto di ogni forma di pubblicità a qualsiasi mezzo.
E, udite udite, anche in Australia, si è ritenuto di contrastare l’epidemia del fumo provvedendo a “stringere” sulle sigarette elettroniche.
Ebbene, quale è stato il risultato di questo grandissimo sforzo prodotto da ben otto anni a questo parte?
Praticamente nessuno
Ebbene si, nessuno.
Perchè dal 2013 ad oggi il tasso dei fumatori non è affatto calato.
Neppure di un misero punticino percentuale.
Laddove, invece, in altri contesti nazionali – si pensi al Regno Unito – dove non si sono applicate le restrizioni come quelle avutesi in Australia, i numeri dei fumatori stanno calando.

AUMENTO DEI COSTI DELLE BIONDE, STOP ALLA PUBBLICITA’ E POLITICA ANTI-SVAPO: RISULTATI NULLI

Perchè? Perchè si è investito sulla sigaretta elettronica.
L’indizio è importante: non sono tanto l’aumento dei costi dei pacchetti, non sono i freni alle campagne pubblicitarie o altri palliativi a portare al taglio di importanti numeri di utilizzatori di “bionde”: la differenza la fa l’alternativa.
Ovvero, bisogna dare una stampella al fumatore che non riesce a smettere con il semplice slancio di volontà.
E che – certo – non si fa spaventare dall’aumento del costo di un pacchetto di sigarette che può essere nell’ordine di 20 centesimi o da un freno agli spot pubblicitari.
Il caso Australia (tra svapo vietato e costi delle “classiche” alle stelle) è davvero eloquente anche in ordine ai “danni” che il proibizionismo ha prodotto in termini di aumento del mercato illegale del contrabbando.
Uno studio Kpmg, addirittura, ha stabilito come, anche a causa delle “strette” intervenute, la percentuale di sigarette clandestine fosse pari al 20% di quelle complessivamente fumate in Australia.
Il tutto con una perdita in termini di dazi pari a 2,6 miliardi di dollari Usa.
Onu e Ue non “vedono” la sigaretta elettronica e, di riflesso, le politiche dei singoli Stati finiscono per essere deviate su rotte che sono assolutamente improduttive.
In termini di pubblica salute e di finanze.