“Minor danno non va rapportato ad aria di montagna”

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Recenti partecipazioni a convegni mi hanno convinto che c’è un vastissimo vuoto culturale sul tema della riduzione del rischio nell’ambito della più ampia questione del tabagismo”.

Così il professore Fabio Beatrice in un personale intervento social-domenicale.

Vedo anche molta presunzione purtroppo – prosegue lo stesso – Da una parte ci sono tendenze punitive del tipo <<Fumi , hai avuto l’infarto o il cancro ed allora le cure te le paghi>> (sentito con le mie orecchie)>>; Da un’altra parte ci sono affermazioni sorprendenti del tipo <<Mi si deve dimostrare se il fumo elettronico serve a smettere di fumare>>. E perché dovremmo fare questa domanda al fumo elettronico? Facciamo questa stessa domanda alle medicine? Non esiste una medicina per smettere di fumare, esistono farmaci che aiutano in una certa (modesta, peraltro) misura i tentativi di cessazione sostenuti da linee guida.

La risposta vera – incalza Beatrice – è che non esiste un farmaco che lo prendi e ti fa smettere. Eppure i farmaci li usiamo e non facciamo polemiche se falliscono. Invero si fa massima confusione tra politiche di contrasto all’ inizio del fumo, contrasto al fumo nei luoghi pubblici e cessazione. La cosa che più sorprende è che questa confusione è presente pure ai massimi livelli dove chiusure ideologiche e posizioni dogmatiche sembra la facciano da padrone. Non avendo alcun interesse da difendere, nè economico, nè di potere , posso permettermi di esprimere una posizione di puro merito scientifico.

La sigaretta elettronica nasce dall’idea di Hon Lik, farmacista cinese, per ridursi il danno da combustione continuando ad inalare la nicotina della quale era dipendente. Fumava 2-3 pacchetti al giorno e conosceva bene le questioni della tossicità della sigaretta. Dipendenza di cui non riusciva a fare a meno da una parte e tossicità da combustione dall’altra. La prevenzione dell’inizio al fumo fa parte della prevenzione di una dipendenza da nicotina e va contrastata come una qualsiasi altra dipendenza.

“IN EUROPA NESSUNO È MORTO DI EVALI”

È una battaglia complessa e gli Stati Uniti sono una Nazione fortemente esposta a questo problema per ragioni interne di vario tipo. Nonostante il proibizionismo di molti stati, lì sono morti di Evali e mercato nero. In Europa nessuno è morto di Evali e troppa gente “in alto” non riflette su questo aspetto che invece è molto significativo.

Anche l’Europa sulla prevenzione delle dipendenze però non si copre di gloria tra ipotesi proibizioniste ed ipotesi di liberalità. Quella della dipendenza è una questione insoluta poiché una fetta di umanità fragile trova nella dipendenza stessa una sorta di anomalo e catturante sostegno. Non ho una soluzione ma non è oggetto della mia riflessione. Questo aspetto però non ha nulla a che vedere con le politiche di cessazione o di sostegno ai fumatori. Tanto per semplificare è una questione non tecnica ma politica.

Fumare sigarette fa morire? O le vieti o metti il pacchetto a 50 euro – prosegue lo pneumologo – Una semplicità disarmante ma utopistica. Resta allora la possibilità di essere di aiuto a chi è caduto nella trappola del fumo. Qui in massima parte stiamo fallendo, lo dicono i numeri. Vogliamo proporci come severi giudici o vogliamo tendere una mano e sostenere 12 milioni di persone che appaiono alle corde? È legittimo consigliare i profilattici per prevenire malattie sessuali, regalare siringhe sterilizzate agli eroinomani , ridurre i carboidrati ai diabetici ed i formaggi agli ipertesi col colesterolo elevato.

Tutto questo si fa per ridurre il rischio: puoi ridurlo tanto o poco ma ridurlo è sempre una buona cosa, un buon inizio. Perché una sigaretta elettronica dovrebbe “essere sicura”? Ogni giorno scopriamo farmaci che non sono sicuri eppure, in molte situazioni, sono utili o necessari. Ad una sigaretta elettronica si deve chiedere di compensare la dipendenza da nicotina e di erogare la minore tossicità inalatoria possibile.

Questa riduzione – frase centralissima nella disamina di Beatrice – di tossicità deve essere misurata in rapporto a quella della sigaretta e non dell’aria di alta montagna. Il setting deve essere molto preciso: non esiste un fumo sano o per i ragazzi. Questa è una questione di educazione, divieti, comunicazione. Questo aspetto non riguarda la sola sigaretta elettronica ma ogni tipo di dipendenza.

Ridurre il rischio da combustione nei fumatori è un’altra questione ed ha implicazioni troppo serie per permettersi di girarsi dall’altra parte e continuare a sparare a zero contro dipendenza e multinazionali come una sorta di alibi ideologico per giustificare un evidente fallimento della proposta di cessazione e delle attuali politiche di contrasto al tabagismo. Partiamo dal fallimento – la conclusione – interroghiamoci seriamente e magari salveremo la pelle ad un pò di gente”