La sigaretta elettronica e le malattie intestinali: la ricerca che lascia perplessi

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Le conclusioni delle ricerche scientifiche.
E l’esigenza di un loro rigore metodologico, di un disinteresse economico di fondo.
In poche parole, la correttezza e l’onestà della ricerca.
Una esigenza sempre stringente, tanto più oggigiorno allorquando, potere dei social, i risultati di questo o di quell’altro studio rimbalzano in tempi fulminei e con modalità capillari.
Creando, purtroppo, false e pericolose credenze.
(Anche) in tema di sigaretta elettronica, come noto, abbondano ricerche distorte, pilotate, metodologicamente sbagliate se non intenzionalmente nate per “servire” questo o quell’altro committente.
La sigaretta elettronica provoca questa o quell’altra tipologia, conclusioni infarcite di se, forse e ma.
Un ultimo esempio di ricerca fatta, molto semplicemente, male è quella che viene dagli Stati Uniti d’America e, in particolare, dalla San Diego School of Medicine e Moores Cancer Center.
Gli studiosi, nel dettaglio, avevano concluso come la sigaretta elettronica e, nello specifico, le sostanze chimiche insite nei liquidi potrebbero, se assunte con costanza, generare una varietà di patologie a carico dell’apparato intestinale, appunto, che spaziano dalle malattie infiammatorie intestinali a determinate tipologie di cancro passando per aterosclerosi, fibrosi epatica, diabete, artrite e chi più ne ha più ne metta.
Ovviamente i contenuti di tale ricerca, che vengono da un autorevole Istituto universitario, sono stati ripresi da altrettanto autorevoli fonti di stampa innescando il tam-tam social mediatico con ulteriori pregiudizi andatisi a formare nella coscienza del lettore.
Qualcuno, però, si è preso la briga di analizzare il metodo e le modalità adoperati dagli studiosi americani.
Ed ecco che, puntuali, sono saltate fuori le storture.

IN LABORATORIO CONDIZIONI CHE NON CORRISPONDONO AL REALE

Si è scoperto, infatti, che in regime di laboratorio le cellule intestinali erano state esposte direttamente al vapore e, in particolare, alle due sostanze che sono ritenute incriminate, ovvero il glicole propilenico e il glicerolo vegetale.
Una situazione, questa, che non si rinviene nella realtà della natura, ovvero nell’organismo umano, dal momento che il vapore, come qualsiasi altra sostanza inalata, prima di interagire con un tessuto del corpo, viene filtrato, “mediato” dall’apparato polmonare.
In più è da considerare sempre il discorso del minor danno: la San Diego School of Medicine e Moores Cancer Center ha preso in considerazione, infatti, il solo impatto del vapore sui tessuti intestinali ma non quello del fumo sulle medesime cellule.
Ammesso e non concesso che lo svapo possa causare problematiche a causa del tessuto intestinale, si può forse escludere che il secondo non possa farlo in modo ancora più incisivo?
Fino a quando, anche in sede di ricerca, non si ragionerà in termini di “comparazione”, si assisterà sempre a conclusioni monche: ciò perchè lo svapo non è e non è da intendersi come uno sfizio, uno sterile lusso.
Bensì come uno strumento del quale ci si può servire per smettere di fumare, con l’aspirante ex fumatore che deve, quindi, avere nozione delle conseguenze, in termini di beneficio, del “passaggio”.
Ai fini di una scelta che sia quanto mai consapevole.