Illinois, vaccino anti-Covid: priorità ai fumatori

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Anziani e lavoratori dei servizi pubblici essenziali.
Ma anche i fumatori.
In Illinois, Stato Usa, quest’ultima categoria, ovvero quella data dagli aficionados delle bionde, è stata inserita tra quelle che dovranno ricevere la vaccinazione anti Covid prioritariamente al restante della popolazione.
In tal senso decisione del Dipartimento della Salute afferente l’Esecutivo guidato dal Governatore Pritzker.
“I fumatori sono molto più vulnerabili delle persone normali dal momento che il fumo compromette il funzionamento del sistema immunitario, e ciò avviene, ovviamente, in modo proporzionale al numero di sigarette fumate ed al più o meno maggior periodo da tabagista, rendendo il sistema meno efficace nel contrastare infezioni di natura virale e batterica”.
Così il dottor Samuel Kim, chirurgo toracico al Northwestern Memorial Hospital, “consulente” del Governo dell’Illinois.

“NICOTINA E’ UNA DROGA CHE CREA DIPENDENZA”

Lo stesso prosegue
La nicotina è una droga che crea dipendenza.
Bisogna ribaltare la prospettiva di ragionamento e non pensare più alle sigarette come ad un’abitudine, un vezzo.
Bensì come ad una vera e propria dipendenza.
Solo approcciando in questi termini il discorso fumo – ha proseguito e concluso Kim – si potrà avere un giusto inquadramento”.

Illinois, quindi, come unico Stato americano nonché unica regione – a quanto si apprende – anche in ambito internazionale ad avere inserito i fumatori nella corsia preferenziale verso il vaccino considerando quest’ultimi come soggetti a rischio in caso di infezione.
Paradossalmente, però, questo dato è in forte discussione: una ricerca francese, ripresa e confutata da altri team di esperti, ebbe invece a dimostrare come, tra gli ospedalizzati Covid, vi fosse una bassa percentuale di tabagisti.
Più bassa rispetto alle medie che si rinvengono nella popolazione generale.
Un discorso molto attenzionato dal momento che si intuisce come la nicotina possa in qualche modo rappresentare un fattore protettivo, legandosi alle cellule e rendendole meno recettive del virus.
Una “base” di ragionamento che, quindi – ma il discorso è veramente embrionale – potrebbe rappresentare un valido punto di partenza in chiave farmacologica.