Coronavirus e resistenza su superfici, Polosa “Troppo tre giorni”

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Covid si, Covid no. Asintomatici contagiosi, anzi no. Distanza di sicurezza un metro ma, forse, le goccioline “virali” potrebbero viaggiare fino ad otto metri. E gli oggetti? Non se ne parli proprio. Da chi non li ritiene tramite utile per il contagio a chi, invece, afferma addirittura come le superfici possano conservare vivo e vitale l’agente per addirittura 72 ore. Tutto ed il contrario di tutto, in definitiva, quanto si legge in tema di Coronavirus.

“Complice” di questa situazione la relativa gioventù del nemico invisibile, puzzle del quale ora – e solo ora – si sta tentando di mettere insieme qualche pezzo. Tra le tematiche più dibattute quella, già citata, della potenziale trasmissione tramite “cose”. E proprio in relazione a questo aspetto è intervenuto Riccardo Polosa, tra i massimi “sostenitori” nazionali della sigaretta elettronica e del suo ruolo in una potenziale ottica anti-fumo.

Il Direttore del Coehar ha chiarito la personale posizione attraverso le “colonne” della Liaf, Lega italiana anti-fumo, “replicando”, in particolar modo, ad articolo abbastanza “allarmistico” pubblicato sul “New England Journal of Medicine” nel quale si ipotizzava una resistenza dell’agente virale, sugli oggetti, fino ad, addirittura, 72 ore.

Quanto tempo sopravvive l’odioso Coronavirus sulle superfici? – esordisce il docente dell’Università catanese – Gli autori dell’articolo riportano che il virus possa rimanere vitale sulle superfici sino a un massimo di tre giorni. Ma cerchiamo di capire bene quali sono le condizioni dello studio sperimentale e se queste siano rilevanti quando messe a confronto con le normali condizioni ambientali”.

Polosa, quindi, fa una importante distinzione. Evidenziando come via sia una fondamentale differenza tra la “teoria” dei laboratori e le condizioni, concrete e pratiche, dell’ambiente esterno, della vita reale.

FORZA DEL VIRUS: LA DIFFERENZA TRA LABORATORI ED AMBIENTE ESTERNO

“In laboratorio – precisa, al riguardo, il ricercatore – il virus viene impiantato in un brodo di cultura – una specie di energy drink per microorganismi – e quindi trasferito su superfici di diversa tipologia (plastica, cartone, legno, rame) per verificarne modificazioni nel grado di stabilità e vitalità nel tempo. Ebbene, si tratta di condizioni sperimentali estreme che non tengono conto di tutte quelle condizioni ambientali (temperatura, umidità, circolazione dell’aria, evaporazione) che notoriamente limitano la sopravvivenza delle particelle virali. In generale, una persona infetta – incalza Polosa – può contaminare le pareti o superfici attraverso goccioline emesse con la tosse o gli starnuti o veicolando le particelle virali con le mani.

Ma questa forma di contaminazione ambientale non è assolutamente riconducibile allo scenario ricostruito in laboratorio dagli autori dell’articolo del New England Journal of Medicine. Va da se – conclude Polosa – che quando un virus allevato in un brodo di coltura viene impiantato su superfici o pareti in un laboratorio la sua sopravvivenza risulterà di fatto prolungata artificialmente. Tre giorni? Mi sembrano un po troppi!”.

Poche ore o giorni? Nel dubbio, certo, meglio lavarsi le mani.