Cina, dal 1 Maggio divieto di aromi negli e-liquid: i vapers fanno scorta

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E’ caccia agli “aromi” in Cina.
Ebbene si, da quando il Governo cinese ha paventato la possibilità, alquanto concreta, di ripulire il mercato dagli e-liquid aventi gusti diversi da quelli base al tabacco, si è riscontrata – meglio dirsi, si sta riscontrando – una corsa all’accaparramento di siffatti prodotti da parte di vapers che temono, prima o poi, di ritrovarsi privi dei loro preziosi liquidi.
Secondo un veloce sondaggio allo scopo condotto da Sixth Tone, da quando, lo scorso 11 Marzo, l’Amministrazione statale del Monopolio del tabacco ha pubblicato le cosiddette “Regole di gestione delle sigarette elettroniche”, le vendite di e-liquid sono schizzate alle stelle.

UVA E COLA GLI AROMI PREFERITI DAI CINESI

E, in particolare, quelli al gusto uva e cola, con tutta evidenza tra i preferiti dagli svapatori con gli occhi a mandorla.
I divieti di commercializzazione dovrebbero scattare con decorrenza 1 Maggio: questo riguarda i negozi “fisici”.
Da comprendere, ora, se tali restrizioni andranno a riguardare anche coloro i quali vogliano fare acquisto di tali prodotti, attraverso i canali di internet, presso shop collocati all’estero.
In ogni caso, è psicosi dal momento che molti svapatori – specie quelli impegnati in una fase di transizione e da poco affrancatisi dal fumo – temono che, senza i loro “baccelli” aromatizzati, possano correre il rischio di ricadere nelle sempre tentatrici braccia del fumo.

C’E’ ANCHE CHI PLAUDE ALLA STRETTA

A fronte di tante preoccupazioni, ovviamente, non mancano le parole di quanti sono favorevoli ad una eventuale stretta.
E’ il caso di Yolonda Richardson, vicepresidente esecutivo della Campaign for Tobacco-Free Kids.
“I bambini che fanno uso di e-cig – ha sottolineato la medesima, appiattita sulle posizioni Oms – hanno più del doppio delle probabilità di usare sigarette in futuro, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La nuova politica cinese è la mossa giusta per proteggere i bambini cinesi da questi prodotti che creano dipendenza”.

Una visione che vede – forse volutamente – solo metà del problema.