Beatrice “smonta” il caso Usa “Colpa della marijuana”

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“Al momento le autorità sanitarie statunitensi non sono in grado di spiegare l’epidemia di malattie polmonari che si sta verificando. Ma nella maggior parte dei casi i consumatori interrogati hanno riferito di aver caricato le sigarette elettroniche con liquidi contenenti THC, il principio attivo della marijuana”.

Fabio Beatrice, direttore del Centro Antifumo dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, interviene sulla questione attualissima legata al caso delle presunti polmoniti da sigaretta elettronica verificatesi negli Usa. Il professionista lo ha fatto con una nota inviata ad “Agi” centrando con immediatezza il “concept” del problema.

“Un uso improprio di un device elettronico con l’inalazione di sostanze stupefacenti o di altra pericolosa natura espone ovviamente a gravi rischi per la salute. Legati, questi, alla natura stessa delle sostanze e non della modalità con cui vengono inalate”.

Olii a base di marjiuana, estratti o concentrati. Questi i prodotti (illegali, non riconosciuti) che gli svapatori hanno a loro rischio infilato nelle rispettive sigarette elettroniche. E non liquidi reperibili sul mercato ufficiale ed altrettanto ufficialmente approvati.

Questo dato – come evidenziano anche da Agi – fa una enorme differenza. E sposta l’allarme non sul fumo elettronico in se ma sui prodotti di consumo. Infatti non vi è alcuno dei sedici malcapitati che abbia sviluppato la polmonite a seguito dell’uso di liquidi legali, controllati e disponibili sul mercato”. Il problema, secondo l’esperto ed a dirla breve, non vive nel dispositivo ma nell’uso che se ne fa.

“Quella che hanno contratto i sedici cittadini statunitensi – ancora il medico dell’ospedale torinese nell’esporre ad Agi – è probabilmente una cosiddetta polmonite “chimica”. Cioè un’infiammazione dei polmoni che segue all’inalazione di sostanze chimiche come gas inalati sul luogo di lavoro, pesticidi e fertilizzanti per l’agricoltura diffusi nell’aria dei campi. Ma può essere causata anche dall’inalazione del fumo scaturito dalla prossimità di un incendio. E, per la proprietà transitiva, anche per qualsiasi sostanza non controllata come additivi, alimenti, aromi o stupefacenti diluiti e poi inseriti nella sigaretta elettronica per cercare nuovi sapori o sballo. Non è molto diverso da quello che avviene nei fumatori di crack. Solo che i dati epidemiologici sul consumo di sostanze illegali non arrivano all’attenzione dei pronto soccorso se non in casi gravissimi”.

Resta da comprendere perchè vi sia stata una tale impennata di casi. E, soprattutto, a così circoscritta concentrazione geografica. Lecito pensare che si sia sviluppata, a stretto raggio, una specifica “tendenza” di svapare. Ovviamente fuori dagli schemi, attraverso il mercato dell’illecito, del clandestino. Ed è in questa direzione che dovrebbero puntare gli Organi Usa, e non in quella della sigaretta elettronica. Ingiustamente finita sul banco degli imputati e, per giunta, da qualcuno anche condannata senza manco riconoscerle il diritto di difesa