Alternative, italiani in confusione “Non conoscono differenza tra sigarette elettroniche e riscaldato”

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In fatto di alternative al fumo e di sigarette elettroniche serve chiarezza.
Anzi, “Servechiarezza” (proprio così, tutto attaccato).
E’ questa la denominazione di una campagna lanciata da Bat Italia proprio al fine di accendere la luce e dissipare confusione e disinformazione che ancora abbondano quando si parla di fumo e possibili soluzioni alternative.
Confusione e disinformazione che palesano in modo lampante da un ultimo approfondimento posto in essere a quattro mani da Swg – soggetto che dal 1981 progetta e realizza ricerche di mercato e di opinione – e da Censis.
Solo un italiano su tre dichiara, al riguardo, di conoscere le differenze tra le diverse tipologie di dispositivi alternativi ai prodotti da fumo tradizionali.
E solo il 56% dei fumatori ha chiara la differenza tra sigarette elettroniche e tabacco riscaldato.
“E’ importante lavorare sulle informazioni che hanno un riscontro scientifico, che siano replicabili, e su informazioni che diano al consumatore una giusta capacità di valutare con correttezza la dinamica e l’attività che viene fatta nell’ambito delle aziende produttrici”.
Così ha commentato ad Askanews Roberto Novelli, membro della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

LA CAMPAGNA SERVECHIAREZZA

Da questi presupposti la “campagna” Servechiarezza, promossa da Bat, nel tentativo di mettere ordine nel caos che alberga sulla materia.
Servechiarezza – ha fatto invece presente alla medesima Agenzia di stampa Massimiliano Colognesi, Head of External Affairs di BAT Italia – è una campagna che ha due finalità, fornire informazioni corrette ai fumatori e agli operatori sanitari indicando quali sono le differenti caratteristiche dei prodotti a potenziale rischio ridotto e andando a sfatare falsi miti rispetto alle evidenze scientifiche.
Ma Servechiarezza è anche un appello alla scienza e alle istituzioni affinchè si confrontino sui potenziali benefici dei prodotti a potenziale rischio ridotto”.

E la chiarezza è una esigenza “invocata” anche dagli operatori sanitari: il 66,2% di essi vede, infatti, con favore iniziative di formazione dedicate ai prodotti a potenziale rischio ridotto.